Quando si parla di usabilità si pensa quasi sempre alla percezione del layout, o, per dirla più semplicemente, all’aspetto grafico: colore dei link, posizione della barre, animazioni, peso delle immagini. Mentre quando si parla di accessibilità, si toccano per lo più aspetti tecnici: tempi di caricamento, possibilità di visualizzazione per gli utenti diversamente abili, diversificazione della presentazioni dei contenuti per tutti i tipi di supporto tecnologico.

In questo senso, l’accessibilità è diventata un requisito indispensabile per tutti i siti delle pubbliche amministrazioni, e a ragione: perché tutti i visitatori devono poter accedere alle informazioni di pubblica utilità, e perché un sito accessibile è comunque un sito meglio costruito anche per un utente abile.

Esiste un altro tipo di inaccessibilità, però, e si annida anche in siti costruiti secondo le più aggiornate linee guida tecniche. In molti portali, soprattutto di enti pubblici, si riscontra un aumento esponenziale delle informazioni pubblicate: più o meno indispensabili, più o meno recenti, dedicate a diversi tipi di pubblico, che convivono tutte insieme nello stesso ambiente, determinando così un sovraccarico, una sorta di “inquinamento da informazioni” che rende spesso impossibile arrivare al contenuto davvero rilevante per l’utente.

All’accumulo indiscriminato di informazioni va contrapposta una gestione ragionata dei contenuti, che non significa scrivere e pubblicare meno, ma ordinare, catalogare, filtrare, richiamare all’occorrenza tutti i contenuti collegati, in altre parole: un’ecologia delle informazioni.

L’Information Architecture (Architettura dell’informazione) è così la disciplina che permette di contrastare gli effetti negativi dell’accumulo di informazioni e di andare verso un’ecologia dei sistemi complessi di contenuti.

Una breve storia

Gli essere umani hanno sempre avuto la necessità di organizzare e strutturare le informazioni da loro stessi prodotte. Accanto alla proliferazione della parola, si è sviluppata una serie di tecniche per arginare il possibile caos. Già nel 330 avanti Cristo, la biblioteca di Alessandria era dotata di un catalogo composto da 120 rotoli di pergamena. (Cfr. Architettura delle Informazioni per il World Wide Web)

Nel 1873, Melville Dewey ha sviluppato il sistema decimale che oggi porta il suo nome, e che consiste in uno strumento per organizzare e fornire accesso al crescente numero di libri prodotti dalla cultura del suo tempo e da quella precedente.

Nel 1930, il matematico e biblioteconomista indiano Ranganathan elabora un nuovo sistema di classificazione: faceted Classification (in italiano “Classificazione a faccette”). Negli anni ’50-’60, il Classification Research Group (CRG) riprende e affina la teoria di Ranganathan. Nell’ultimo decennio, Rosenfeld e Morville con il loro Information Architecture per the world wide web hanno ripreso e portato avanti il lavoro di Ranganathan per adattarlo al web.

L’architettura delle informazioni nella vita quotidiana

Molti di noi, attraverso l’esperienza di libri e biblioteche, hanno acquisito familiarità con i concetti di base dell’organizzazione delle informazioni.

In una bancarella di libri usati, accatastati alla rinfusa, è divertente esplorare l’ignoto polveroso andando a caccia di preziose rarità editoriali sopravvissute a oscuri cataclismi. Pensiamo invece ad una intera biblioteca di 10.000 libri non organizzata: non ospita i libri, li nasconde! Il miglior modo per nascondere un libro in una biblioteca è spostarlo in un altro scaffale. Questa è la tecnica usata da molti studenti per conservare da un giorno all’altro il privilegio di accesso a un testo d’esame …

Il catalogo di una biblioteca non è l’equivalente di un elenco telefonico dei libri, non vi sono solamente libri ordinati per autore, data, editore, ecc. Esistono criteri ragionati, la classificazione per soggetti, o il codice Dewey appunto, che organizza i titoli per aree tematiche, in alcuni casi forse arbitrariamente, ma in maniera estremamente utile per chi si trova in fase di esplorazione tra gli scaffali.

Anzi: quante volte, cercando qualcosa, per una misteriosa catena di associazioni, siamo approdati ad altre informazioni che non stavamo cercando ma che si rivelano la risposta preziosa a un quesito in sospeso da tempo? In inglese questa esperienza si chiama serendipity. Cercare un argomento all’interno di un sistema ben organizzato è già apprendimento.

L’architettura delle informazioni “dà una mano” al caso. Applicata ai siti web, rafforza i sistemi di navigazione: organizza i concetti per categorie e rende possibile la creazione dinamica di percorsi associativi estemporanei.

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